martedì 4 ottobre 2016

Afragola d'arte. San Marco in Sylvis - Nota storica.

La chiesa di San Marco in una foto d'epoca.


La nostra rubrica riprende il via dopo tre settimane di pausa, doverose dopo i numerosi articoli finora realizzati sul patrimonio artistico di Afragola. Il nostro itinerario ci porta a lasciare momentaneamente il centro città, e a rinviare la trattazione delle chiese di San Domenico e del Santissimo Sacramento, per dedicarci a quella dedicata al Santo Evangelista. Posta a circa un chilometro e mezzo dall’abitato, la chiesa di San Marco è uno dei pochissimi edifici afragolesi rimasti quasi identici al loro aspetto originario nel corso degli ultimi due secoli. Oggi essa sorge in un quartiere in piena espansione edilizia, ma fino agli anni Sessanta del Novecento si ergeva solitaria in mezzo ai campi, vestigia di un lontano passato religioso e agricolo assieme.

Una Relazione ingarbugliata.

San Marco dovrebbe essere l’unica chiesa, delle tre più antiche, di cui conosciamo la data di fondazione: 10 aprile 1179. Il condizionale è d’obbligo e vediamo perché. La notizia ci arriva da un piccolo testo in rima imperfetta, denominato “Relatione historica della fondatione della chiesa di San Marco della Selvetella”, attribuito a Domenico De Stelleopardis, OP, frate afragolese vissuto tra XIV e XV secolo. Del testo originario, composto in latino1, non si ha più traccia, ma esso sarebbe stato realizzato nel 1390 e stampato tre volte: nel 1581, nel 1608 e nel 1682. Tutte queste notizie (l’attribuzione del testo al frate, la data di composizione e la triplice stampa dello stesso) le veniamo a sapere da una prefazione alla terza edizione del 1682, scritta da un non meglio specificato Giuseppe Bocrene. Una conferma dell’esistenza delle altre due edizioni, o almeno di quella cinqucentesca, ci arriva da una “Relazione della chiesa di San Marco della Selvetella” scritto tra il XVI e XVII secolo da un parroco di Afragola, don Leonardo Castaldo Tuccillo (m.1604) che cita l’operetta del 1581. Carlo Cerbone, che ha dedicato gran parte del suo primo libro su Afragola alla Relatione2, e che propende per la veridicità del testo, conclude che dunque le tre ristampe esistono, e che Bocrene, da lui identificato con l’arciprete e parroco di San Marco Giuseppe Cerbone, non ha inventato nulla3.

Troppo bello per essere vero. E difatti il testo del parroco complica le cose più che chiarirle, e la questione sulla veridicità o meno del poemetto non è ancora stabilita con certezza, come vorrebbe troppo frettolosamente Cerbone. Rimando alla 2a edizione del mio libro “Il caso Afragola” (gennaio 2017, vedi questo link) una trattazione più ampia della questione, ma intanto già qui possiamo affrontarla in maniera concisa. Innanzitutto, partiamo dall’opera stessa: dov’è finito l’originale? Perchè non se ne trova traccia neppure nei regesti dei Registri della Corte angioina, dove fra Domenico era il predicatore favorito del re? Perchè nessuno storico dell’Ordine domenicano cita quest’opera del frate? Come fa Bocrene a dare con tanta precisione la data del 1390 come quella in cui il poemetto è stato scritto? Ha visto, Bocrene, le prime due edizioni? Il parroco Tuccillo cita la prima come esistente, e siamo d’accordo, ma quella del 1608? Ecco che già inizia a cadere tutta la sicumera circa l’esistenza del testo originario, e di conseguenza delle notizie da esso riportate (e dunque anche della data di fondazione della chiesa). In storiografia, il metodo base per il confronto di una determinata notizia è quella della molteplice attestazione: se un fatto è riportato da più fonti, anche da diversa angolazione narrativa, si deve concludere che quel fatto si è svolto davvero nella realtà, è un episodio realmente accaduto. 
Nel caso della Relatione, lo storico serio altro più non vede che un racconto riportato in un unico testo della fine del Seicento, che pretende di raccontare fatti accaduti 500 anni prima, e che da una prefazione scritta da un individuo non meglio identificato è detta essere una ristampa, per precisione la terza, di un testo del 1390, senza che si riportino fonti o richiami ad altre opere. Converrete con me che tutto ciò è un po' troppo poco per essere sanzionato come vero. Ma ammettiamo, per un momento e solo per concessione, che il testo del 1390 sia davvero esistito, che l’abbia davvero scritto Stelleopardis, che le informazioni a noi giunte tramite l’edizione del 1682 (la sola che possediamo) siano tutte davvero state scritte dal frate. Quest’ultimo, a sua volta, da dove prese queste informazioni? Dove ricavò la data del 1179? In quale testo, afragolese o napoletano, lesse della visita di Sergio III, arcivescovo di Napoli, in Afragola per verificare che avvenissero davvero miracoli presso la costruenda chiesa? Allo stato attuale della ricerca, non possiamo rispondere. La distruzione degli Archivi angioini nel 1943, e la dispersione dei primi probabili registri della chiesa di San Marco sono pietre d’inciampo nel percorso della ricerca storica che forse non troveranno mai soluzione.

E dunque? A quando risale la chiesa di San Marco? Possiamo con certezza dire che risale al periodo angioino, quindi nel periodo 1265- 1404, e ciò spiegherebbe anche la sua tarda elevazione in parrocchia, che secondo la tradizione risale al 1356. Bisogna concludere perciò che prima del 1356, o almeno fino agli inizi del Trecento, San Marco non esisteva, e che dunque la data del 1179 è un falso storico. Ma perché bisognerebbe creare un falso storico, direte voi. Chi ci guadagna? Un motivo c’è, e ce lo dice lo stesso Bocrene nella sua prefazione. Ma qui ci dedichiamo all’arte, e non alla storiografia: se quindi volete approfondimenti, vi consiglio di attendere la 2a edizione de “Il caso Afragola”, tra pochi mesi. Intanto la rubrica per oggi chiude qui: la settimana prossima inizieremo a “fare sul serio” con la vetusta chiesa di San Marco.

Note:


1Così Catello Pasinetti in “Le due chiese di San Marco”, in Afragola Oggi, 1993.

2Carlo Cerbone, Afragola feudale. Per una storia degli insediamenti rurali nel napoletano, Frattamaggiore 2002.


3Carlo Cerbone, op. cit., pag. 48, nota 3.   

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