giovedì 1 settembre 2016

I Teofilatti: ascesa di una famiglia medievale.

Roma come doveva presentarsi alla fine del XV secolo.

Subiugatus est Romam potestative in manu femine!" scriveva in un cattivo latino Benedetto del Monte Soratte, riferendosi alla situazione venutasi a creare a Roma all'inizio del X secolo. Complice la decadenza dell'autorità papale e lo sgretolamento di quella imperiale, a Roma aveva preso il potere la famiglia dei Teofilatti. Teofilatto senior, autonominatosi senator Romanorum, era riuscito a prendere il potere grazie a un'accorta politica di finanziamenti del populus e facendo sposare la figlia Maronzia (o Marozia) con Alberico di Spoleto, signore di Camerino. Proprio su Maronzia la storiografia ottocentesca e protestante si è scagliata con più virulenza, parlando apertamente di "pornocrazia", cioè di un regime lascivo e decadente nei costumi e nella morale. Fu davvero così? I Teofilatti della prima generazione furono uomini e donne della loro epoca, contrassegnata da violenza e decadimento delle istituzioni: le accuse mosse contro di loro da Liutprando di Cremona hanno scopo pubblicistico e risentono dell'odio che questo longobardo provava per i Romani stessi.
Maronzia fu una politica accorta quanto suo padre: morto Alberico di Spoleto, sposò Guido di Toscana, entrando in contrasto con il di lui fratellastro, Ugo di Provenza, che ambiva alla corona imperiale e voleva pertanto il consenso papale. Il punto è che i Papi di questo inizio secolo furono deboli e governarono poco: il più grande di loro,
Giovanni X , fu tale proprio perchè in opposizione ai Teofilatti e morì forse strangolato. Guido divenne padrone di Roma, con mezzi poco leciti, ma che allo storico non risultano non familiari (si pensi alle vicende, ben più glorificate, dell'ascesa dei Pipinidi sul trono di Francia). Al tempo stesso, fu favorita l'elezione al soglio di un figlio di Maronzia, Giovanni XI: era l'apoteosi dei Teofilatti, che dalla loro residenza in via Lata erano giunti fino all'apice del potere. Ma a quel punto iniziò il declino, per opera della stessa Maronzia: morto Guido, ella offrì la propria mano a Ugo, il principale nemico di tanti anni, che ovviamente accettò subito la possibilità di entrare a Roma senza colpo ferire. L'impedimento canonico fu superato da un giuramento di Guido che dichiarò di essere stato adottato dalla madre di Guido. Sposata Maronzia, ed entrato in Roma, Ugo inizò a comportarsi sprezzantemente contro i romani, provocando la reazione anche dell'altro figlio di Maronzia, Alberico II, con il famoso episodio dello schiaffo.


LA ROMA DEI TEOFILATTI.

La Roma dei Teofilatti non doveva essere molto diversa da quella ritratta nella nota miniatura contenuta nelle Tres Riches Heures del Duca di Berry, del XV secolo. Ridimensionatasi dai tempi dell'Impero romano, presentava all'interno del circuito delle mura aureliane vasta zone incolte alternate a quartieri densamente abitati. I Papi cercarono, quando erano nella possibilità di farlo, di restaurare chiese paleocristiane e anche monumenti dell'antichità classica. Le urgenze difensive generarono la fondazione di un nuovo quartiere, la Città Leonina, nel IX secolo, e l'Urbe che Maronzia prima e suo figlio Alberico II poi si trovarono a governare, e che aveva visto passare tra le sue vie Ottaviano Augusto e Carlo Magno, Genserico e Gregorio I, era un piccolo centro urbano di modeste dimensioni ma con un nome di risonanza universale. E Alberico, figlio di Maronzia, seppe ben sfruttare tale fama dell'Urbe.

ALBERICO II: IL PRINCIPE DI ROMA.

L'arroganza di Ugo di Provenza, sceso a Roma per sposare Maronzia, suscitò malumori fin da subito, che furono abilmente sfruttati dal figlio della sposa, Alberico. Costui fu schiaffeggiato pubblicamente alle nozze (secondo almeno due fonti) e subito sollevò la città intera contro il manipolo di soldati del francese, costringendolo alla fuga. Rinchiuse la madre in un convento, e confinò il fratellastro Papa Giovanni XI nel palazzo Laterano, privandolo di ogni potere politico. Era il 932: Alberico assunse il titolo di "princeps omnium Romanorum", che nessun altro poi osò assumere in seguito. Roma conobbe di nuovo, dopo secoli dalla fine dell'Impero romano, l'istituzione del principato. La base territoriale del giovane principe era la Sabina, che rivendicava in quanto figlio del Duca di Spoleto e come Signore di Roma. Per spezzare l'opposizione del monastero di Farfa, proprietario di vaste terre nella regione, inviò Oddone di Cluny a riformarlo: iniziò così la riforma cluniacense nell'area romana, e Oddone fu più volte mediatore fra Alberico e Ugo (tornato a occuparsi dei suoi possedimenti nel Nord Italia), favorendo anche il matrimonio del primo con Alda, figlia del secondo. Sul piano interno, Alberico concentrò tutti i poteri nelle proprie mani pur non eliminando nessuna delle magistrature ordinarie: vivo lui, Roma divenne un principato con un potere territoriale ben definito e in piena fase espansiva, tanto che neppure Ottone I di Germania potè entrare in Roma per chiedere la corona imperiale. Anche riguardo la Sede pontificia il principe prese dei provvedimenti, che fossero soddisfacenti per sé e per il potere della sua famiglia ma - e questo va a suo merito- non penalizzassero la dignità spirituale della carica. Dopo la morte del fratellastro Giovanni, fece eleggere figure pie che regnavano pochi anni e si dedicarono esclusivamente alla missione pastorale: Leone VII, Stefano VIII, Marino II e Agapito II, che vide la morte del Signore di Roma. Il quale, ben conscio che senza il suo carisma l'edificio di potere tanto faticosamente innalzato sarebbe crollato in poche settimane, fece giurare al popolo romano di eleggere come successore di Agapito il proprio figlio, Ottaviano, giovane di appena 18 anni. Sarebbe stata la realizzazione del sogno perseguito per tutta la vita: unire le due gerarchie, laica e pontificia, in una sola persona appartenente alla famiglia dei Teofilatti. Alberico II morì il 31 agosto 954 con questa speranza, all'apice del potere e di un rispetto goduto dalla Germania alla corte di Costantinopoli. Il sistema di famiglia da lui eretto sembrava a molti, in quella fine d'estate della metà del X secolo, destinato a perdurare per molti decenni. Nessuno poteva prevedere che il nuovo Papa sarebbe stato l'ultimo dei Teofilatti a detenere il potere. Ma di questo parleremo in un prossimo post.


GIOVANNI XII, OVVERO LA FINE DEI TEOFILATTI.

Il sistema di potere costruito dal princeps Alberico non resse sotto il suo successore, il figlio Ottaviano. Eletto Papa dal popolo e dal clero romano il 16 dicembre 955, egli riuniva in sé i due vertici, laico ed ecclesiastico, della vita di Roma. In onore dello zio Giovanni XI, fratellastro del padre, assunse il nome di Giovanni XII. Le speranze del genitore furono annientate dalla vita lasciva e dai voltafaccia politici del figlio. Riguardo la sua condotta morale, basti il Liber pontificalis a darcene un'idea: "Totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit" La sua politica non fu migliore della vita privata: andando contro la tradizione di famiglia come sua nonna Marozia, invitò Ottone I di Germania a prendere la corona imperiale a Roma, in modo da avere un valido alleato nella guerra contro i baroni del contado romano e contro Berengario, re d'Italia. Ottone scese nell'Urbe per la fine di gennaio del 962, e fu incoronato assieme alla moglie il 2 febbraio seguente. 
Giovanni XII
Dieci giorni dopo, il sovrano rilasciò un diploma, passato alla storia come Privilegium Othonis: con esso egli restituiva al Pontefice la potestà sui territori italiani donati alla Santa sede due secoli prima dai sovrani carolingi, e passati in mani laiche, e ordinava che le future elezioni papali dovessero avere la conferma imperiale, sul modello di quanto avveniva nei primi secoli medievali con la corte di Costantinopoli. Giovanni promise, ma evidentemente senza molta fedeltà: Ottone era appena tornato Oltralpe che il Pontefice si accordò con Adalberto, figlio di Berengario, per rovesciare gli alleati italiani dell'imperatore. Ottone se ne indispettì, tornò a Roma nel 963, e mentre Giovanni fuggiva prima in Campania e poi in Corsica, convocò un Concilio in San Pietro dichiarandolo deposto e facendo eleggere al suo posto un laico, consacrato rapidamente col nome di Leone VIII. Non si era mai visto un così sfacciato intervento laico nelle faccende gerarchiche della Chiesa, ma lo stato delle cose non poteva più impedire il condizionamento dell'istituzione pontificia. Ovviamente Giovanni non si rassegnò, scomunicò tutti in un altro sinodo a Roma nel febbraio 964 e si preparò alla rivincita contro Ottone e Leone. Ma la sua stella aveva ormai cessato di brillare: morì appena tre mesi dopo il suo ritorno a Roma, il 14 maggio 964, per un insulto apoplettico (per altri, più affascinati da pensieri torbidi riguardo a una vita torbida, fu gettato dalla finestra di un palazzo dal marito di una sua amante).
Con Giovanni XII, Papa e princeps indegno, si conclude ingloriosamente il dominio dei Teofilatti su Roma. I conti di Tuscolo, come saranno conosciuti in seguito, daranno altri Papi alla città, ma il nucleo originario della famiglia si era estinto in modo poco onorevole, e dopo 70 anni più nessuno poteva comandare Roma, e difenderla da interventi estranei.



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