lunedì 13 giugno 2016

Ivanhoe, ovvero l'eroe mancato.


In tempi di femminismo sfegatato, Chiesa “inclusiva” di tutti meno che dei cristiani, crisi economica, sudditanza politica, debolezze finanziarie, deficienze lavorative, inciviltà al massimo grado insomma, è naturale che chi non abbia molta stima del mondo attuale si rifugi nel passato, come il sottoscritto. Trovo a dire il vero molto stimolante e illuminante la lettura dei classici dell’erà pre-industriale, quando ancora si sapeva scrivere. Naturalmente non tutto è positivo, e anche quelle opere che a prima vista ti sembravano dei must, a una seconda rilettura, dopo anni e molte esperienze in più, rilevano i loro limiti.
Ho verificato questo assunto riprendendo in mano, dopo 4 anni dall’ultima volta, due volumi: Il mercante di lana di Valeria Montaldi, incentrato sulla missione di un monaco benedettino inglese in Val d’Aosta, e Ivanhoe, la famosa opera di Walter Scott. Oggi parlo di quest’ultima, riservandomi di trattare la prima opera nel corso di questo mese.

La Old Merry England di Scott.

Un capolavoro, indubbiamente.
La trama è semplice: nell’Inghilterra del XII secolo devastata dal governo di Giovanni, reggente in vece del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la crociata, si svolgono le avventure della famiglia di Cedric il Sassone, fiero avversario di quei normanni che da un secolo avevano occupato l’isola. Egli vuole sposare la bella Rowena, di cui è tutore, all’incolore Athelstane, contro l’opinione della ragazza, innamorata di Vilfredo di Ivanhoe, figlio di Cedric, partito al seguito di Riccardo e per questo diseredato dal genitore.
Tra tornei di cavalieri e rapimenti nottetempo, si dipanano le parallele vicende di Cedric, di Ivanhoe e di Riccardo, tornato segretamente dalla Palestina per rendersi conto delle malefatte del fratello. Il lieto fine avverrà all’ultima pagina, con la riconciliazione tra Cedric e Ivanhoe, il permesso di sposare Rowena col benestare sorprendente di Athelstane, e l’inizio di quella collaborazione tra normanni e sassoni che si completerà solo sotto Edoardo III (1327-1377), e che sarà la base della potenza inglese nell’età moderna.

Stupendi i dialoghi, ottima l’ironia (quella del buffone Wamba è fenomenale), ben resa non solo l’ambientazione storica ma anche, ed era più difficile, la mentalità dell’epoca. La storia d’amore fra Ivanhoe e Rowena, e anche quella unilaterale fra Rebecca l’ebrea e il cavaliere sassone, fanno giustamente solo da sfondo alla storia di rapimenti e assalti a castelli che costituisce la filigrana del romanzo. I migliori personaggi, per caratterizzazione, sono Riccardo, un misto di burloneria e ira improvvisa, Giovanni, fellone ma furbo, Wamba, lo stesso Cedric, fiero e geloso della propria stirpe, l’avido e passionale Templare.
Chi è meno delineato è proprio il protagonista: combatte nell’arena del torneo, sviene, si perde l’unico vero combattimento senza esclusione di colpi, stando infermo a letto, e si rimette a cavallo per partecipare a un ulteriore giostra, dalla quale esce vincitore per puro caso (non rivelo nient’altro per non passare per rompifeste). Orgoglioso del proprio valore guerriero, senza però riuscire a dimostrarlo se non nei tornei, dove pure si moriva ma almeno c’erano formalmente delle regole. Un po' troppo poco, per voluta scelta del suo creatore. Perché il romanzo in realtà avrebbe dovuto essere intitolato a Riccardo I, vero protagonista dell’opera, ma non avrebbe avuto la stessa risonanza visto che opere sul sovrano plantageneto non mancavano di certo.


Riccardo I
Tutto perfetto? Ovviamente no. I religiosi sono visti o come arraffoni (il priore benedettino normanno) o come uomini ai limiti della legge (frate Tuck), le uniche categorie estranee alla classica tripartizione medievale clero-cavalieri-popolo sono gli ebrei che vengono coinvolti nelle vicende e il punto di vista dei sassoni, se si esclude Cedric, non è considerato. Ma non era, in fondo, questo l’intento di Scott: egli voleva donarci un’opera incentrata sull’Inghilterra medievale guerresca, e ci è riuscito benissimo, e nessuna biblioteca al mondo può dirsi ben fornita se non contiene una copia dell’Ivanhoe.
Quali che possano essere le sbavature di Scott, sono perdonabili, essendo egli il capostipite e fondatore del romanzo storico. E fa proprio pena il nostro Manzoni, il quale criticò a suo tempo l’autore inglese affermando che i suoi romanzi erano ben costruiti ma in essi non c’era il Vero storico. Una frase del genere non va manco commentata, detta del resto da uno che divenne senatore per aver scritto una storia d’amore: uno dei primi arrivisti del nuovo Regno italiano, e a quel che si vede non ce ne siamo liberati neppure dopo 70 anni di Repubblica (in compenso, la storia d’amore era molto ben scritta, tengo a ricordarlo).


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