sabato 18 aprile 2015

Un parroco a "luci rosse" nell'Afragola ottocentesca

Si avvicina la memoria di San Marco, e in questi giorni studiavo la Santa Visita del Cardinale Sisto Riario Sforza ad Afragola del 1875, giusto 140 anni fa, di cui la parte riguardante proprio San Marco è stata pubblicata in “Archivio afragolese” n. 23 del 2013 dall'impareggiabile don Giuseppe Esposito. Le Visite pastorali sono documenti importantissimi per conoscere, per mezzo delle risposte date dai parroci e dai sacerdoti ai visitatori, lo stato ecclesiale, sociale, economico della popolazione di un dato casale in un dato momento. Molto meglio, quindi, delle assurde storielle sulla chioccia e i suoi pulcini che ci ammorbano in questo periodo. Da quella del 1875, apprendiamo cose interessanti, fra cui la storia osé del parroco che all'epoca reggeva le due chiese.

Chiesa di S. Marco all'Olmo, anni '80
Innanzitutto, i visitatori trovarono la chiesa di San Marco all'Olmo in pessime condizioni: il soffitto era crepato, i finestroni non avevano vetri eccetto che nel presbiterio, gli altari laterali erano sudici come anche i ceri pasquali, le statue erano poco pulite, ovunque le assi di legno scricchiolavano o erano a pezzi e malferme, e perfino la teca che conteneva la reliquia di San Marco, cioè il tesoro principale della parrocchia, era sporca.
Davvero una discarica, e in mezzo a tanto lordume spiccava la figura del parroco, don Giuseppe Scala, nato a Napoli nel 1812, e rettore delle due chiese marciane dal 1858 (e lo sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1883).. Era uno straniero, dunque, e questo va a sua parziale difesa rispetto agli attacchi che il clero locale gli rivolgeva. Nella relazione della S. Visita, sono riportate le testimonianze di alcuni sacerdoti che lo conoscevano. Don Esposito, nella sua trascrizione della Visita, riporta le testimonianze senza commentarle. Io proverò ad aggiungere ad esse qualche inferenza per rendere più comprensibili alcuni punti oscuri, dal momento che si parla di usanze in uso prima del Concilio Vaticano II; quindi la responsabilità per tali note, riportate alla fine, è esclusivamente mia.

La parola all'accusa

L'Arciprete di Afragola, don Sebastiano Castaldo Tuccillo, così parlava di lui : “Il parroco è uno sciabalone, è largo nell'assolvere i penitenti e accievatta le confessioni specialmente agli uomini; molte donne che prima si confessavano a lui se ne sono allontanate per questo modo di confessare. Sta un'amicizia con una pinzochera che si chiama Vincenza Salierno (1), ed ha circa 30 anni di età. Essa viene ogni giorno in Parrocchia confessarsi dal Parroco e si confessa due volte al giorno. Il Parroco qualche volta di reca in casa di questa tale, ma non posso attestare se vi sia o n qualche cosa turpe. Questo fatto è di scandalo in paese. Il parroco non vuole uscire di notte ad assistere i moribondi e quando trattasi di un infermo che non si confessa da lui (2), ritarda a mandargli i Sacramenti (…). Tutto il giorno fuori la chiesa discute coi figliani, e parla a casaccio”.
Don Luigi Mosca, prete residente a San Marco: “Il Parroco agisce come se fosse un ateo, non ha riguardo di sacramenti e di Chiesa, confessa alla cieca. Qui è il ricovero di male donne e di ladri. Il Parroco ha amicizia con una giovane che si chiama Giuseppa D'Orsi (3) di circa 30 anni di età, questa giovane si confessa dal Parroco due volte al giorno. Due anni or sono in una sera di Carnevale il Parroco si trattenne in casa di costei fino a notte avanzata (...). In questa Parrocchia vi è massima ignoranza, non vi sono prostitute ma vi sono molti usurai. I moribondi muoiono tutti senza assistenza. Il parroco va nel Caffè a fumare col sigaro, e si mette a ciarlare col basso popolo. Si fa imprestare il denaro, e scrocca denaro. La sua famiglia è di scandalo (…).

Un giorno vi erano certe donne degne di fede presso la Sagrestia: il parroco confessò una vecchia, e se ne andò nel Caffè. La vecchia chiedendo la Comunione, e non essendovi chi la ministrasse, fu mandato a chiamare il parroco. Egli venne tutto smanioso, e proferì innanzi a quelle donne queste parole: lo aggio da mettere lu miccio mmocca a tutti*
* Nonostante sia abbastanza forte, ho ritenuto opportuno riportare la frase per sottolineare anche il carattere “sanguigno” del reverendo con le sue pecorelle.

Padre Giuseppe Montanari, ex frate minore: “ Il parroco è cattiva lingua, non è modesto, ha piacere di confessare solo egli, ed è capace di non benedire nel tempo di Pasqua la casa di coloro che non vanno a confessarsi da lui. Il parroco acciavatta le confessioni. A tutti i penitenti da la benedizione ma non l'assoluzione. Sulla sua condotta morale vi ha una cattiva voce, cioè ha acquisito familiarità con una donna che si confessa da lui due volte al giorno. In quanto ai moribondi, deve essere fortunato chi muore col Viatico(4)”.

Chiesa di S. Marco all'Olmo, oggi
Padre Ferdinando Salzano, agostiniano di Bovino residente in Afragola : “ Sulla morale del parroco non si dice niente, si dice per altro che non è tanto accorto nelle cose di chiesa. Vi sono delle lagnanze perchè alcuni sono morti senza assistenza, ma ciò è avvenuto talora per essersi ritardato a chiamare il parroco. La chiesa parrocchiale si apre al mattino alle ore 4 e mezzo e si chiude alle 11, si riapre a ore 21 e sta aperta fino a sera.”

(1) La pratica del concubinato non era terminata nel Medioevo, né è terminata al giorno d'oggi, se si pensa a quel che accade in aree isolate come la penisola sorrentina. Spesso i vescovi dovevano intervenire contro tali pratiche, mascherate dall'urgenza della carità. E infatti l'arciprete ammette egli stesso di non poter dire se ci sia qualcosa di illecito in tale relazione.

(2) In passato, e in misura minore anche oggi, c'erano molti sacerdoti che celebravano messa nella stessa chiesa, in quanto v'era la presenza degli altari di patronato delle famiglie gentilizie, oltre che dei preti senza parrocchia.

(3) Vedi nota 1. Notiamo che il nome della presunta “amica” è cambiato. Potrebbe benissimo trattarsi di una seconda “confidente” stretta di Scala, ma la similarità delle informazioni delle due (l'età, la frequenza degli incontri) suggerisce che si tratti della stessa persona.

(4) L'insistenza sulla mancata assistenza agli infermi, che morivano senza essersi comunicati, è il peccato più grave di tutti, ben più del presunto concubinato, perchè andava a inficiare la morale e la sacralità stesso dell'ufficio del parroco, alter Christus e tenuto a confortare nel transito i malati.

La parola alla difesa

E come si difendeva don Scala dalle accuse, che di certo gli saranno giunte all'orecchio? Riportiamo per dovere di cronaca anche le sue risposte alle domande dei visitatori.
Don Giuseppe Scala: “Le cose della Parrocchia pare che vanno bene, tranne che i maligni non ne parlassero male. La Parrocchia comprende circa 2000 anime, ma non v'è lo stato dei figliani (…).Vi è un sol medico nella Parrocchia, ed ordina subito i sacramenti. Nessuno muore senza Sacramenti, ed il Parroco quando occorre esce pure di notte per l'assistenza agli infermi (...). La popolazione è buona, non v'è nessun concubinato, i vizi si riducono all'ubriachezza e alla bestemmia”.
Tutto bene, dunque, per don Scala. Verità o menzogna? Ormai è passato un secolo e mezzo, e sia Scala, che i suoi accusatori, sono al di là del giudizio umano. Resta quello storico, e ognuno può immaginare quale sia.


Dalla Santa Visita apprendiamo anche dei contrasti fra il parroco e i confratelli della Santa Croce, che però noi non affronteremo in questa sede, ma nel prossimo articolo.





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